Claudiano IV secolo – Aponus (Carmina minora, 26)

Fons, Antenoreae vitam qui porrigis urbi
fataque vicinis noxia pellis aquis,
cum tua vel mutis tribuant miracula vocem,
cum tua vel mutis tribuant miracula vocem,
cum tibi plebeius carmina dictet honos
et sit nulla manus, cuius non police ductae 5
testentur memores prospera vota notae,
nonne reus Musis pariter Nymphisque tenebor,
si tacitus soli praetereare mihi?
Indictum neque enim fas est a nate relinqui
hunc qui tot populis provocat ora locum? 10
alto colle minor, planis erectior arvis
conspicuo clivus molliter orbe tumet,
ardentis fecundus aquae. Quacumque cavernas
perforat, offenso truditur igne latex.
Spirat putre solum, conclusaque subter anhelo 15
pumice rimosas † perforat † unda vias.
Umida flammarum regio, Vulcania terrae
ubera, sulphureae fervida regna plagae.
Quis sterilem non credat humum? Fumantia vernant
pascua, luxuriat gramine cocta silex, 20
et, cum sic rigidae cautes fervore liquescant,
contemptis audax ignibus herba viret.
Praeterea grandes effosso marmore sulci
saucia longinquo limite saxa secant.
Herculei (sic fama refert) monstratur aratri 25
semita, vel casus vomeris egit opus.
In medio, pelagi late flagrantis imago,
caerulus inmenso panditur ore lacus,
ingenti fusus spatio; sed maior in altum
intrat et arcanae rupis inane subit,
30
densus nube sua tactuque inmitis et haustu,
sed vitreis idem lucidus usque vadis.
Consuluit natura sibi, ne tota lateret,
admisitque oculos quo vetat ire calor.
Turbidus inpulsu venti cum spargitur aer 35
glaucaque fumiferae terga serenat aquae,
tunc omnem liquidi vallem mirabere fundi,

tum veteres hastae, regia dona, micant,
quas inter nigrae tenebris obscurus harenae
discolor abruptum flumen hiatus agit; 40
apparent infra latebrae, quas gurges opacus
inplet et abstrusos ducit in antra sinus;
tum montis secreta patent, qui flexus in arcum
aequora pendenti margine summa ligat.
Viva coronatos adstringit scaena vapores, 45
et levis exili cortice terra natat,
calcantumque oneri numquam cessura virorum
sustentat trepidum fida ruina pedem.
Facta manu credas: sic levis circuit oras
ambitus et tenuis perpetuusque riget. 50
Haerent stagna lacu plenas aequantia ripas
praescriptumque timent transiluisse modum;
quod superat fluvius devexa rupe volutus
egerit et campi dorsa recurva petit.
Devehit exceptum nativo spina meatu; 55
in patulas plumbi labitur inde vias;
nullo cum strepitu madidis infecta favillis
despumat niveum fistula cana salem.

Multifidas dispergit opes artemque secutus,
qua iussere manus, mobile torquet iter 60
et iunctos rapido pontes subtermeat aestu
adflatosque vago temperat igne tholos.
Acrior interius rauci cum murmure saxi
spumeus eliso pellitur amne vapor.
Hinc pigras repetunt fessi sudore lacunas, 65
frigora quis longae blanda dedere morae.
Salve, Paeoniae largitor nobilis undae,
Dardanii, salve, gloria magna soli,
publica morborum requies, commune medentum
auxilium, praesens numen, inempta salus.
70
Seu ruptis inferna ruunt incendia ripis
et nostro Phlegethon devius orbe calet,
sulphuris in venas gelidus seu decidit amnis
accensusque fluit, quod manifestat odor,
sive pari flammas undarum lance rependens 75
arbiter in foedus mons elementa vocat,
ne cedant superata sibi, sed legibus aequis
alterius vires possit utrimque pati:
quidquid erit causae, quocumque emitteris ortu,
non sine consilio currere certa fides. 80
Quis casum meritis adscribere talibus audet,
quis negat auctores haec statuisse deos?

Ille pater rerum, qui saecula dividit astris,
inter prima coli te quoque sacra dedit
et fragilem nostri miseratus corporis usum 85
telluri medicas fundere iussit aquas,
Parcarumque colos exoratura severas
flumina laxatis emicuere iugis.
Felices, proprium qui te meruere, coloni,
fas quibus est Aponon iuris habere sui.
90
Non illis terrena lues corrupta nec Austri
flamina nec saevo Sirius igne nocet,
sed, quamvis Lachesis letali stamine damnet,
inde sibi fati prosperiora petunt.
Quod si forte malus membris exuberat umor 95
languida vel nimio viscera felle virent,
non venas reserant nec vulnere vulnera sanant
pocula nec tristi gramine mixta bibunt:
amissum lymphis reparant inpune vigorem
pacaturque aegro luxuriante dolor.
100

 

 

 

 

 

 

 

 

O fonte, che dai la vita alla città di Antenore
e con le acque vicine allontani il funesto destino,
poiché i tuoi prodigi danno persino ai muti la voce
e la riconoscenza del popolo compone per te carmi
e non c’è nessuna mano della quale le note del pollice 5
non testimonino, memori, voti esauditi:
non sembrerò irriverente alle Muse e alle Ninfe,
se trascurassi, solo io, di celebrarti?
Non è lecito che sia lasciato inonorato da un poeta
questo luogo che è sulla bocca di tante genti. 10

Più bassa di un alto colle, ma piuttosto elevata
rispetto alla campagna circostante, con notevole giro,
dolcemente si gonfia un’altura ricca di acqua bollente
;
dovunque l’acqua scava caverne, l’acqua che sgorga dal fuoco.
Il suolo molle ansima e racchiusa sotto la pomice 15
ribollente l’onda scava le vie screpolate.
Qui c’è l’umida e infiammata regione di Vulcano: qui la ricchezza
della terra è il regno infuocato della plaga solforosa.
Chi non crederebbe che il terreno fosse sterile? Ma germina
il prato fra il fumo; la roccia bruciata è ricoperta d’erba.
20
E, benché le dure rocce così si disgreghino per il calore,
l’erba temeraria verdeggia disprezzando il fuoco.

Grandi solchi scavati nel marmo,
tagliano in maniera obliqua la roccia spezzata.
Si mostra il tracciato dell’aratro di Ercole 25
(come è fama), o piuttosto fu il caso a compiere l’opera
del vomere.

Nel mezzo, come un mare che ribolle
per largo tratto, si estende un lago azzurro,
con grandissimo giro, che occupa un enorme spazio
;
ma entra ancor più grande in profondità 30
e riempie le cavità della rupe arcana:
è denso nella sua nube ed aspro al tatto e alle labbra,
ma è sempre limpido nelle acque cristalline.
La natura pensò a se stessa per non restare sconosciuta
e ammise gli occhi dove il calore vietava di andare: 35
quando l’aria fumosa si dirada al soffio del vento
e rischiara lo specchio azzurro dell’acqua fumante,
allora ammirerai la vasta pianura
e le vecchie lance,
dono di re, brillano (ed oscura per le tenebre della nera sabbia
una voragine di altro colore inghiotte il fiume impetuoso; 40
di sotto appaiono le caverne, che il gorgo scuro
riempie e conduce negli antri il corso sinuoso);
allora si svelano i segreti del monte, che piegandosi in arco
con il suo pendio inclinato racchiude la superficie dell’acqua.
Un anfiteatro di verde incorona e restringe i vapori 45
e la terra leggera nuota con la sua corteccia sottile
e non cederà mai al peso di coloro che la calcano:
essa, anche se fragile, sostiene il piede tremante.
Lo crederesti opera dell’uomo, così lieve è l’orlo
e sottile e sempre immobile. 50
Le acque stagnanti eguagliano le rive colme
e temono di superare il limite fissato;
un ruscello, scendendo dalla rupe inclinata, trasporta
l’acqua sovrabbondante e si dirige alla campagna.
L’accoglie un meandro, dal corso nativo, la trasporta. 55
Poi scorre in tubi larghi di piombo,
senza alcun rumore e piena di umido fuoco
e la bianca fistula fa uscire sale dal colore della neve.

Sparge ovunque la sua ricchezza e seguendo l’arte
dove vollero gli uomini, là dirige il corso tortuoso 60
e scorre con rapidità bollente, sotto i ponti
ben connessi e ne tempra con il mobile fuoco le volte.
Più acre all’interno, con rumore della roccia assordante,
esce un vapore spumoso che si è sottratto al fiume.
Qui i malati accorrono alle fosse sudifere 65
Alle quali i lunghi ozi hanno dato un piacevole fresco.
Salve, o elargitore della nobile onda Peonia,
salve, o grande gloria della terra di Dardano,
pubblica tregua dei mali, aiuto comune dei medici,
divinità sempre presente, salute non comperata.
70
Sia che rotte le rive irrompano le fiamme degli Inferi,
e Flegetonte, fuori della sua sede, scorra infuocato qui,
sia che un fiume gelido cada su vene di zolfo
e scorra acceso (come manifesta l’odore),
sia che il Monte contrappesi sulla bilancia 75
le fiamme parimenti alle onde ed arbitro componga
gli elementi, non perché cedano, vinti, a lui, ma perché ognuno
possa con eguali leggi verificare la forza dell’altro:
qualunque sia la causa, qualunque sia l’origine,
è certo che tu non scorri senza il volere di un dio
. 80
Chi oserebbe infatti attribuire tali meriti al caso?
Chi può negare che artefici di tutto ciò siano gli dei?
Il padre di tutte le cose, che conta i secoli con gli astri,
fra le cose più sacre del mondo pose anche te,
e commiserando la fragile natura del nostro corpo 85
comandò alla terra di far scaturire acque medicinali,
e per allontanare le severe conocchie delle Parche,
dai gioghi aperti ne uscirono fiumi.
Felici quei coloni che ti hanno avuto in dono,
ai quali è diritto avere Apono nella loro terra. 90
A loro non la malattia terrena, non il soffio corrotto
dell’Austro, né Sirio infuocato, nuoce,
e sebbene Lachesi li condanni con lo stame letale,
cerano in te un destino più prospero.
Poiché se un malefico umore abbonda nelle membra 95
ed il ventre languido rosseggia per troppo fiele,
non tagliano le vene, né sanano la ferita con una ferita,
né bevono filtri misti di erbe venefiche,
ma senza danno recuperano con le acque il perduto vigore
e si placa per il sofferente, che ritorna alla salute, la malattia. 100

 

 

Credits: traduzione di Luciano Lazzaro (per maggiori informazioni, visita la pagina di Aquae Patavinae)

 

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